Smallville compie 10 anni – pt 1
Smallville esordì nel 2001 con una storia conosciuta in tutto il mondo: un alieno precipita sulla Terra, dove viene trovato da una coppia disperata perché incapace di avere un figlio. Loro non sapevano che il bambino che stavano per adottare sarebbe diventato un supereroe in grado di salvare il mondo. Ma prima di tutto questo, avrebbero dovuto aiutarlo ad affrontare gli anni di studio, l’angoscia per la perdita del primo amore, e più o meno 150 cattivi affamati di potere. Nel corso dei suoi 10 anni di presenza televisiva, Smallville ha esplorato le difficoltà della crescita umana dal punto di vista del non-ancora-super Clark Kent (Tom Welling), mentre tutto sembrava andargli contro lungo il cammino verso la grandezza futura. In occasione del doppio episodio finale di Smallville, che in Italia è andato in onda su Steel ieri sera, i produttori esecutivi Brian Peterson e Kelly Souders hanno discusso con TV Guide del difficile viaggio di Clark dall’adolescenza al famoso costume rosso e blu che contraddistingue la sua identità di superuomo. Scopriamo cosa si sono detti.
In un primo momento, il piano era di raccontare le origini di Batman. Tuttavia, dal momento che una versione cinematografica era già in produzione, i creatori della serie Al Gough e Miles Millar misero le mani sulla storia di Clark Kent, le cui origini sembravano meno convincenti.
Peterson: Capire i problemi e i difetti del carattere di Superman è stata da sempre la sfida di questo show, perché lui è perfetto. [Quello che abbiamo deciso di fare è stato raccontare la storia della] lotta immensa necessaria prima di arrivare a quel punto, riempire quel lasso di tempo da quando è arrivato sulla Terra al punto in cui ha deciso di essere una fonte d’ispirazione per gli altri.
Per tenere Superman con i piedi per terra, letteralmente, Gough e Millar stabilirono una regola per la serie: “Nessun costume e nessun volo”.
Souders: Poiché siamo dei grandi fan di Superman, c’è stata sempre quella reazione istintiva di voler arrivare alla fine. Ma ciò che è stato più affascinante, per me, è stato il viaggio che ha portato a quella fine. Mettendolo subito nella calzamaglia e facendolo volare, non avremmo avuto modo di conoscere Clark Kent. Si dice che uno scrittore si ispiri alle sue esperienze e a quelle delle persone che lo circondano quando scrive, e anche se sembra folle dire che è stato così con Superman, avergli fatto vivere momenti che facevano parte delle esperienze di tutti noi in qualche modo lo ha resto più vero. [continua]
Fonte: comingsoon.it





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