Il Generale Dei Briganti; una fiction tra melò e revisionismo?
Il generale dei briganti è una fiction semi-storica ispirata al controverso capo dei briganti Carmine Crocco, da molti considerato un semplice ladro e assassino che si è trovato a svolgere un ruolo militare nel travagliato passaggio verso l’unità del paese e da altri, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, ritenuto un eroe popolare tradito dalla storia, quest’ultima tesi è molto cara ai revisionisti storici nostrani.
Questa è la trama de Il Generale Dei Briganti come riportata dal sito rai:
Il caporale Carmine Crocco (Daniele Liotti), povero pastore lucano arruolato nell’esercito borbonico per sottrarsi alla fame, torna a casa da Napoli a Rionero del Vulture per sposare Nennella (Raffaella Rea) ma trova la giovane sorella Rosina (Larissa Volpentesta) sfregiata. Chiede ragione. È stato uno spasimante respinto. Crocco lo affronta e lo uccide senza sapere che era un potente della zona, il figlio del conte Guarino (Massimo Dapporto) che già tanto dolore ha portato in passato nella sua famiglia. Crocco è costretto alla macchia per evitare la ritorsione e la condanna a morte. Diventa brigante. Conosce il medico Mariano (Danilo Brugia), che a Napoli sta curando sua madre morente ed è innamorato proprio della figlia del conte Guarino, Giuseppina (Christiane Filangieri). Carmine viene convinto alla causa unitaria. In cambio avrà il perdono, a Mariano lo ha promesso Garibaldi (Thierry Toscan) in persona, una volta fatta l’unità e cacciati i Borboni. Crocco combatte contro i legittimisti borbonici. Userà la tecnica del mordi e fuggi, una tecnica da guerriglia ante litteram. Colpire con agguati a sorpresa e rifugiarsi nei boschi della sua terra. La duplice storia d’amore quella di Carmine con Nennella e quella di Mariano con Giuseppina, si intreccia indissolubilmente con gli eventi drammatici del momento. Nennella diventa brigantessa per stare vicina al suo uomo e avrà da lui una figlia. Giuseppina si unirà ai rivoluzionari, dopo conflitti laceranti con suo padre il conte Guarino. È la fine del 1860. L’unità d’Italia è fatta. Ma la speranza di Crocco di tornare a una vita normale sarà vanificata. Quando si presenta a Rionero per ricevere gli onori dovutigli, con il tricolore che drappeggia il suo cavallo e i suoi uomini al seguito, il nuovo prefetto, il conte Guarino in persona, passato con i Piemontesi, lo informa che dovrà essere processato per i crimini commessi in precedenza che non gli sono stati condonati. Carmine Crocco, malgrado l’appoggio della popolazione che lo riconosce come eroe, come vero liberatore, uccide il suo nemico Guarino e torna di nuovo alla macchia deluso ma non rassegnato. Di nuovo sarà brigante. Da quel momento penserà solo a se stesso e a Nennella. Parteciperà dalla parte sbagliata a quella specie di guerra civile che dopo l’unità, ancora per anni, insanguinerà tutto il meridione d’Italia. Nel 1864, la repressione del brigantaggio da parte dei Piemontesi porterà Carmine e Mariano a ritrovarsi su fronte opposto, decisi ambedue a un confronto mortale. Ma l’amicizia nata nel tempo è più forte del rancore. Il duello non avrà luogo, sarà solo un amaro confronto tra due uomini che, prima di separarsi, ammettono di non aver realizzato il loro sogno. Crocco dopo qualche tempo viene catturato e condannato a morte. Ma Mariano riesce a salvargli la vita e tramutare la condanna in carcere a vita. Sarà proprio lui l’amico di un tempo che con Nennella, accompagna Carmine all’imbarco per il penitenziario dove sconterà la sua pena.
La verità storica è differente, la sorella non fu sfregiata, anzi lei sfregiò un’altra donna e Crocco non era uno stinco di santo, gli episodi di guerriglia, di cui gli uomini di Crocco si resero protagonisti erano spesso all’insegna della più insensata brutalità e avevano il fine di riempirsi le tasche e soddisfare i propri capricci; non vi fu un nemico salgaresco a negargli la grazia, ma piuttosto la sua ambiguità nei confronti delle autorità. Per un’idea forse un po’ più affidabile si può leggere la classica voce di wikipedia (controllate le fonti sempre). Non è, però la prima volta che si romanticizzano gli sconfitti, basti pensare a quello che succede nel piccolo e grande schermo USA per i soldati confederati E’ abbastanza triste, tuttavia, che in occasione dei 150 anni dell’unità d’italia, la rai abbia ancora una volta scelto un prodotto cerchiobottista (affidando la “replica storica” alla fiction su Anita Garibladi) con il gusto da melò, la strizzata d’occhio al revisionismo storico ma anche alla critica sociale più sinistrorsa sulle ingiustizie dell’unificazione, e non un prodotto che in qualche modo potesse rappresentare la nostra storia, al di là delle differenze, in maniera più oggettiva e interessante.
Checché se ne dica, il Risorgimento e la Resistenza sono stati, con le loro contraddizioni, i momenti fondanti e forse gli unici momenti epici della recente storia d’Italia, il resto è stato squallido o addirittura orribile. Mi sembra si sia persa un’occasione per analizzare con rigore e obiettività le cose positive e gli sbagli compiuti in occasione dell’unificazione senza ricorrere ai soliti personaggi da operetta e alla semplificazione populista, tanto cara ai nostri giorni. Con Il Generale dei Briganti, si è persa inoltre l’occasione per raccontare cosa possono fare gli uomini se vessati e trattati come bestie.
Il Generale Dei Briganti rivela infatti la sua “coda di paglia” e la malafede sottostante al progetto nel momento in cui cambia delle verità storiche per renderci Carmine Crocco più simpatico e accettabile, a me un brigante poteva pure stare bene, però almeno lo si poteva raccontare per quello che era senza bisogno di balle… Forse alle volte dimentichiamo, nella nostra esigenza di criticare le ingiustizie storiche compiute ai danni del mio caro meridione, che se le critiche sono fatte in cotal modo vanno a giustificare le tesi di coloro che, in favore dello status quo, non hanno mai visto di buon occhio il Risorgimento (ci fu in particolare uno stato straniero che si vide privato per anni, fino al ventennio fascista, del potere assoluto di cui godeva nella penisola). Meglio che la Rai si attenga ai preti investigatori e ai nonni di famiglia, i danni lì sono un po’ più limitati.





Crocco è stato un personaggio quasi sconosciuto in 150 anni di storia e la storiografia della 2a metà dell’800, sottomessa al nuovo sovrano Vittorio Emanuele II, ha sempre cercato di dipingerlo come un semplice criminale. Negli ultimi anni è stato rivalutato soprattutto dai nostalgici del Regno delle Due Sicilie che se ne sono appropriati come patriota borbonico. Ebbene Crocco non era nè delinquente comune nè partigiano dei reali di Napoli. Era il rappresentante del bracciante meridionale ottocentesco, che campava alla giornata e che subiva le angherie dei signorotti. Non era un eroe senza macchia, ha ucciso e rubato ma chi erano le sue vittime? Se leggiamo le fonti storiche (anche quelle dei detrattori di Crocco) notiamo che le sue vittime erano quasi sempre ricchi possidenti e politici liberali, non chiunque gli capitasse a tiro. Perchè? Perchè i liberali avevano promesso al popolo la risoluzione della questione demaniale (problema secolare del sud) ma la parola non fu mantenuta per non mettersi contro la borghesia, la quale non voleva cedere parte dei suoi possedimenti ai contadini. Questa promessa mancata, assieme alla leva obbligatoria e l’aumento di tasse e prezzi su pane e olio, sono le cause del brigantaggio postunitario. E il ceto subalterno si alleò con le bande di Crocco, lo stesso Giacomo Racioppi, governatore della Basilicata poco dopo l’unità, riconobbe che il popolo si accodava ai briganti e che i nobili si davano alla fuga per non finire nelle loro mani. Nella sua crudeltà, Crocco aiutava anche la povera gente, rispettava le donne e aiutava i contadini ad acquistare attrezzi da lavoro (parole di Pasquale Penta, criminologo che visitò Crocco una volta arrestato). I Borbone tentarono di sfruttarlo per ritornare sul trono e lo finanziarono con soldi, armi e gli promisero altri rinforzi militari (che non arrivarono mai). Crocco, capito il loro giochetto, li abbandonò e preferì combattere da solo. A causa delle mistificazioni storiche (a cui l’Italia non è nuova) è passato alla storia come un mafioso ante litteram, se fosse vissuto in Centro e Sud America gli avrebbero dedicato statue, quadri e magliette.
Piccola rettifica, un piccolo rinforzo militare borbonico arrivò: erano il generale catalano Borjes e una quindicina di uomini, il quale disse a Crocco che li avrebbe raggiunti in seguito un numero maggiore di soldati, i quali non arrivarono mai.
Grazie del contributo, il punto rimane sempre lo stesso, strettamente legato alla fiction e non a come la si pensa sulla storia di Crocco, perché cambiare gli eventi storici della sua vita nella serie?
Bè nel testo c’è scritto che Crocco e i suoi seguaci “erano spesso all’insegna della più insensata brutalità e avevano il fine di riempirsi le tasche e soddisfare i propri capricci”. Brutali certo ma non per squilibri psichici da serial killer ma per rabbia contro un’unità d’Italia fatta male e a fini machiavellici, contestata persino dai pochi patrioti onesti. Brutali nel senso proprio del termine erano generali e colonnelli di sua Maestà Vittorio Emanuele II che si comportarono esattamente (e non esagero) come i nazisti nel secolo successivo. Basta leggere le proteste parlamentari dei mazziniani per capire i crimini contro l’umanità compiuto dal regio esercito nel meridione. Sulla fiction siamo d’accordo, infatti da questa serie mi aspetto un romanticismo anteposto ai fatti storici (già vedo che gran parte dei personaggi sono inventati e mancano alcuni importantissimi per capire la storia del brigante). Può darsi che mi sbaglio, tuttavia mi metterò davanti alla TV (che non guardo mai) per assistere questo prodotto.